Jimena Sanchez nasce a Buenos Aires del 1973, in una famiglia di facoltosi proprietari terrieri. E’ una bambina quando nel 1976 avviene il colpo di stato delle forze armate ed ha inizio una brutale campagna repressiva, definita la “guerra sporca”, caratterizzata dalla massiccia violazione dei diritti umani e civili nei
confronti della popolazione, attraverso la tortura e gli omicidi.
Durante questo periodo circa 30.000 persone scomparvero e solo grazie alle Madri di Plaza de Mayo, le mamme dei giovani desaparecidos, con una protesta pacifica, sfidando il regime, si riuscì a far conoscere alla opinione pubblica il dramma che stava avvenendo nel loro Paese.
In questo contesto Jimena frequenta la scuola inglese e contemporaneamente l’Atelier di Maria Guerreiro. In seguito, si iscrive all’ Escuela de Bellas Artes “Prilidiano Pueyrredon” l’Accademia più prestigiosa dell’Argentina, frequentata da alcuni dei più grandi artisti sud americani del momento.
Ma è ancor prima, nella “ Estancia la Lucia” en Cañuelas, come viene chiamata la tenuta di famiglia e dove trascorre le sue estati di bambina, lontano dalle guerriglie cittadine, che scopre la passione per l’arte:
- quando mi regalarono la prima valigetta di colori ad olio, mi chiusi nella mia stanza e dipinsi per giorni, finchè occupai l’ultimo spazio bianco delle pareti, fino a farmi sanguinare il naso. –
Quando Jimena ha 21 anni e l’economia argentina è in dissesto, con dei tassi di inflazione mensile del 200%, il padre muore e la situazione finanziaria famigliare precipita. E’ un periodo molto duro per lei. Trova rifugio nella psicologia e divora dozzine di libri donategli da una psichiatra amica di famiglia, con la
quale si confronta. Questa nuova passione la porta a seguire il corso di pedagogia in una Università di Buenos Aires.
Jimena insegna come volontaria nelle scuole delle coloratissime “Villas de emergencia” - le favelas argentine - dove i bambini non hanno né matite, né scarpe -. Lei non si arrende e con loro utilizza materiale di riciclo, tra cui vecchi giornali. Non sa ancora che questa esperienza le entrerà nel cuore, fino a
farla diventare l’artista che è oggi.
Dopo qualche anno, lascia l’Argentina ed inizia un lungo periodo di viaggi: Stati Uniti, Brasile, Sud Africa, Botswana ed Europa.
Nel 2003 approda in Italia, dove il marito ingegnere è stato trasferito per lavoro. Entrambi però, desiderano che i loro figli nascano nella loro terra d’origine e così rientrano in Argentina.
La situazione è ancora complessa e decidono quindi, con i due bimbi piccolissimi, di tornare in Italia, prima a Padova, poi, nel 2015 a Como.
I bambini rallentano la vita frenetica di Jimena ed è allora che riscopre il valore del tempo, della calma.
Rielabora la tecnica del riciclo del periodo di insegnamento nelle Villas de emergencia: spezzetta le riviste di moda patinate, riducendole in frammenti di vita, quasi fosse un gesto di interruzione da un mondo agiato, che si ricompone attraverso un rituale di riflessioni.